L’accumulazione originaria: la riflessione di Nicola Zitara. Di Angelo D’Ambra

“Se si vuole arrivare a spiegare la strana condizione dei meridionali,
è necessario rifarsi al concetto di riproduzione economica”

Nicola Zitara

Angelo D'Ambra

La descrizione che Emilio Sereni diede del primo decennio d’unità italiana restò a lungo centrale nell’analisi dei meridionalisti (nota 1), essa rende a pieno l’idea dell’effettiva brutalità di una imponente trasformazione che portò all’estensione della rete ferroviaria e dei traffici commerciali, all’abbattimento delle dogane, alla separazione delle attività industriali da quelle agricole con l’introduzione dei rapporti capitalistici nelle campagne e la scomparsa dell’industria manifatturiera, all’aumento del debito pubblico, all’inasprimento del fisco (nota 2). Non è una semplice frase… l’affermazione che i capitalisti del Nord considerassero (e considerino) il Sud come una colonia di sfruttamento” (nota 3), commentò lo studioso. Il Mezzogiorno era “uno di quei Nebenlander (territori dipendenti), di cui Marx parla a proposito dell’Irlanda nei confronti dell’Inghilterra, dove lo sviluppo capitalistico industriale viene bruscamente stroncato a profitto del paese dominante (nota 4).

 

L’analisi di Sereni appare per la verità solo parzialmente condivisa da Zitara (nota 5).

Negli scritti del meridionalista calabrese, lo studio del Risorgimento non è limitato ad un semplice raffronto tra le condizioni preunitarie e quelle postunitarie, a Zitara non interessa fermarsi alla rivalutazione del periodo borbonico. Egli analizza con grande attenzione il Risorgimento perché è in quel periodo che, in un modo del tutto singolare rispetto alle ipotesi tradizionali, si avvia l’accumulazione originaria capitalista che porterà al decollo industriale del Nord.

In parole semplici l’accumulazione originaria è una capitalizzazione del plusvalore, una valorizzazione del surplus estorto, è quel processo estensivo che determina produzione e riproduzione di capitale. Zitara lo descrive con queste parole: “l’accumulazione capitalistica preliminare è detta da Marx con un termine che alcuni traduttori rendono con selvaggia, altri con originaria, altri ancora con primitiva. In ogni caso corrisponde al saccheggio brutale o a una dura espropriazione dei deboli resa legittima da leggi dello Stato nazionale. La ricchezza viene estorta, dagli aspiranti capitalisti, a un altro paese, a un’altra regione, a una diversa classe sociale…” (nota 6).

Tale processo in Italia è avvenuto in modo insolito perché non si realizzò sulla pelle delle colonie come nel caso dell’Inghilterra, né si formulò come estorsione e riconversione di surplus dall’agricoltura all’industria come negli USA. L’accumulazione originaria si realizzò in Italia in un modo nuovo cioè come estorsione delle giacenze bancarie dell’ex Regno delle Due Sicilie : “Quella compiuta dal capitalismo italiano appartiene a una tipologia unica nella storia mondiale. Non è venuta dal capitale agrario, e neppure da quello marittimo, o commerciale, o manifatturiero; è nata invece da quell’intrallazzo statale e fiscale… La nostrana tipologia di accumulazione primitiva – l’accumulazione parassitaria- non compare nella vivace esemplificazione di Marx sul famoso XXIV capitolo del primo libro de Il capitale, né in quella ancor più efficace che costituisce la parte descrittiva del Manifesto del partito comunista… potremmo definirla accumulazione parassitaria secolare; che poi rappresenta la più solida delle istituzioni nazionali” (nota 7).

Dal 1860 al 1867 la Banca Nazionale Sarda aprì sedi in tutta la penisola, “la banca ligure-piemontese divenne titolare d’un potere di emissione privilegiato, che ebbe come risvolto apparentemente naturale un’ampiezza rivoluzionaria nella possibilità di comandare lavoro da parte delle ditte tosco padane, sue clienti…” (nota 8); quel che accadde col Banco di Napoli in questo periodo fu invece assai diverso: le fedi di credito emesse furono intercettate dalle tesorerie statali, devolute alla Banca Nazionale Sarda e da questa presentate a Napoli per il cambio in ducati d’argento e in un breve arco di tempo il Banco napoletano si ritrovò con un mucchio di carta e senza più riserve, riserve che eran tutte finite nella banca sarda (nota 9). La conseguenza più grave fu che il Banco non poté sostenere l’attività economica locale e divenne una banca di serie B: “Nei fatti il Banco venne portato ad assumere il carattere di una banca commerciale handicappata, avente una duplice funzione politica: una prima territoriale, interna al Meridione: finanziare con il risparmio locale il piccolo-medio commercio, in quanto sbocco dei grandi importatori tosco padani; e una seconda extraterritoriale: incettare la monetizzazione dei patrimoni immobiliari del padronato in fuga verso sponde più tranquille e impossessarsi del risparmio plurigenerazionale, per trasferirne il corrispondente potere di comandare lavoro al Nord; un percorso servile che toccò un picco eclatante in età fascista, allorché fu ancora una volta il Sud (le rimesse oltre oceaniche) a pagare per l’allegra finanza delle banche commerciali milanesi e della stessa banda d’Italia, che venne eretta da Mussolini a banca unica d’emissione” (nota 10).
Terminata la guerra militare nel 1861, dunque, si era aperta quella economica, la Banca Nazionale Sarda, mossasi con celerità, allungò le proprie mani sul Banco delle Due Sicilie e, con un’abile manovra speculativa, mentre l’industria napoletana risultava alla fine degli anni 70 dell’Ottocento ormai destinata all’estinzione, l’industria centro-settentrionale segnava indubbi progressi. Il contrario, un Sud sconfitto militarmente, senza più governo né stato, che si espande verso Torino, sarebbe stato impossibile: “Il Banco (quello di Napoli) seguì il destino della nazione che lo aveva generato e allevato. Al nuovo sistema non conveniva la sua morte, come non conveniva la morte del lavoro contadino e dell’esercito industriale di riserva. Il banco fu lasciato in vita come quinta colonna del conquistatore” (nota 11).

Il Sud “non avendo più una guida politica e non potendo accumulare il surplus nazionale in una propria centrale bancaria…” si ritrovò disarmato dinanzi ad una Toscopadana che non aveva una propria industria (il capitalismo a Torino era finanziario, non industriale e solo sul lungo periodo gli scambi internazionali determinarono la nascita di vere fabbriche ed un processo di macchinazione teso ad incentivare la produttività del lavoro), ma seppe accumulare e spendere l’oro e l’argento estorti ai Banchi meridionali.

Zitara sintetizza gli esiti di tutto ciò in modo brillante: “All’attivo dell’Italia sabauda ci sono le costruzioni delle ferrovie (peraltro non ancora completate a sud di Napoli), l’armamento della flotta, lo sviluppo edilizio a Torino, Firenze, Roma e l’avvio delle bonifiche in Romagna e Piemonte; il tutto accompagnato da una speculazione così sfacciata da svergognare l’Italia agli occhi del mondo civile… Per il resto niente industrie, una cantieristica boccheggiante, una disoccupazione crescente, un’emigrazione epocale, al limite dello spopolamento del paese, la miseria e la fame che prima non c’erano. Questo corso politico, a dir poco balordo, comportò l’aumento del debito pubblico da 1.500.000.000 a 15.000.000.000, un aumento della circolazione fiduciaria, che passò da circa 300.000.000 a 1.300.000.000 (Banca Nazionale sabauda), un aumento della pressione fiscale dalla media preunitaria del 3% a una media superiore al 15%. Al Sud, le remunerazioni crollarono, i patti agrari diventarono enormemente pesanti per i contadini, la fiscalità infierì sui nullatenenti. Si pagano imposte statali e dazi comunali sul pane, sul sale, sul vino, sull’olio, sulla carne. Si paga per pascere una capra e per allevare un maialetto. Si paga per un asino e per un mulo, per guidare il carretto. Si paga per vivere in una capannuccia di frasche. Alla data del 1914, la grande emigrazione transoceanica ha alleggerito il Sud della metà dei maschi in età di lavoro. Non va meglio ai proprietari. Sul finire del XIX secolo circa il 70% delle terre e delle case sono pignorate dal fisco” (nota 12). Il Mezzogiorno sconvolto dalla crisi industriale conobbe infine anche quella agraria col sopravvenire della rottura doganale con la Francia, conseguenza della svolta protezionistica del 1887 13: una colonia interna era nata.

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1_ Anche Rosario Romeo, esponente del Partito Repubblicano, la fece propria sebbene manifestò radicali divergenze dall’autore di Il capitalismo nelle campagne. Sereni, infatti, tendeva ad affermare che il capitalismo italiano era in ritardo per il basso livello della domanda interna e per la propensione delle masse contadine all’autoconsumo, fattori imputabili tutti al Mezzogiorno arretrato; Romeo, recuperava in buona sostanza le argomentazioni fornite da Sereni, ma ne rovescia parecchie conclusioni: il capitalismo italiano è, esiste, perché c’è il Sud arretrato e qualsiasi riforma agraria, rivoluzione contadina, di mazziniani, azionisti, garibaldini, avrebbe bloccato l’accumulazione primitiva capitalista, l’industrializzazione del Nord ed il raro sviluppo capitalistico di un paese mediterraneo (si consulti R. Romeo, Risorgimento e capitalismo, Bari 1998).

2_ Sereni, che non si sofferma sulle industrie del Regno dei Borbone, ma intuisce quale doveva essere la condizione imprenditoriale prima dell’unità, afferma che l’industria settentrionale ebbe gioco facile nello sfruttare monopolisticamente il mercato del Sud con l’arma dei bassi prezzi che sbaragliò la locale industria a domicilio: “Le Due Sicilie, a differenza degli Stati del Nord, con l’unificazione passarono bruscamente da un regime di protezione relativamente alta ad un regime di libertà doganale; da un regime di basse imposte ad un regime fiscale assai duro” (E. Sereni, Il capitalismo nelle campagne, Torino 1975, p. 37).

3_ Ibidem, p. 311. “La questione meridionale sorge nel corso del processo di formazione del mercato nazionale, e verrà acquistando un’acutezza sempre maggiore nel corso dello sviluppo capitalistico dell’economia italiana, complicandosi di sempre nuovi fattori sociali” (Ibidem, p. 39).

4_ Ibidem, p. 37. Lo Stato italiano non restituiva “sotto forma di spese in loco una parte notevole dei capitali sottratti a queste regioni (quelle meridionali)… anzi è vero proprio il contrario. La maggior parte delle spese dello Stato, per l’esercito, per le opere pubbliche, ecc. erano erogate in altra parte del paese, o a profitto di imprese che non nel Mezzogiorno aveva il loro centro” (Ibidem, p. 79). L’intervento statale aveva un orientamento chiaro: “…è infatti nella Lombardia, nel Piemonte, nel Veneto, nell’Emilia, assai più che nel Sud che il nuovo Stato vien costruendo ferrovie e strade, scavando canali, prosciugando paludi. Anche le imprese, del resto che intraprendono queste opere pubbliche provengono quasi esclusivamente dal Settentrione; e qui generalmente investono i loro profitti” (Ibidem, p. 79-80. “Nel Mezzogiorno, le spese dello Stato sono insomma non solo minori che nel Nord, ma hanno un carattere esclusivamente o quasi burocratico; vanno a pagare i servizi degli impiegati e dei gendarmi dei tribunali e delle carceri; non hanno, in generale, quel carattere produttivo che ne fanno nel Nord una nuova fonte di accumulazione capitalistica” (Ibidem, p. 80).

5_ Zitara in 1970. La rivolta di Reggio Calabria contro lo stato straniero, in Indipendenza n° 5, Agosto/Dicembre 1998, definiva l’opera di Sereni fondamentale e “dotata anche di un apparato bibliografico importante perché i riferimenti più scottanti sono di regola ignorati dagli storiografi accademici”. Sino al 1998 sostenne un’idea di accumulazione originaria non dissimile da quella di Sereni (un moto possibile solo in quanto la campagna fornisce surplus economici e il mercato necessari) per poi mutarla. Allo stesso modo in L’Unità d’Italia: nascita di una colonia, originariamente si descrive un Sud semifeudale, ma nel 1995, con l’aggiunta del 6 capitolo, si introduce l’idea di un Sud proto-industrializzato e nel 2011 con L’invenzione del Mezzogiorno. Una storia finanziaria, si arriva definitivamente a parlare di Sud industrializzato.

6_ “La ricchezza, per poter essere impiegata, deve tuttavia esistere. È sulla base di tale elemento – la ricchezza preesistente nel Sud e nel Nord, quella effettiva e anche quella potenziale – che va misurato il saccheggio toscopadano; il quale, peraltro, – beninteso – non fu la causa prima del disastro meridionale ma soltanto la sua premessa politica e culturale” (N. Zitara, L’invenzione del Mezzogiorno. Una storia finanziaria, Milano 2011, p.7-8).

7_ N. Zitara, 1970. La rivolta di Reggio….

8_ N. Zitara, L’invenzione del…, p. 118. “L’esigenza di realizzare un capitale iniziale (accumulazione primitiva) in vista dell’industrializzazione (l’acquisto di macchine e realizzazione dell’impianto) fu ben chiara a Napoli già negli anni Trenta del secolo (l’Ottocento), come attesta la creazione della Banca Frumentaria e della Società Partenopea…” (Ibidem, p. 79), dunque è opinione dello studioso calabrese che il Sud dei Borbone dal 1818 al 1860 già avesse avviato la sua di accumulazione originaria (quella classica che spostava risorse dalla campagna alla città, dall’agricoltura all’industria manifatturiera). Viceversa “è falso che il capitalismo padano fosse industriale sin dalle origini. Con una parola asettica si potrebbe dire che era finanziario. Ma non sarebbe la verità. La verità è questa: il rapporto tra Nord e Sud, sin dal primo momento, dette luogo a un saccheggio, a un caso quasi incredibile di accumulazione selvaggia di tipo coloniale, che si è protratto fino al 1970 e oltre” (N. Zitara, Sud Italia: arretratezza o colonialismo interno?, intervista a cura di Francesco Labonia in «Rivista Indipendenza»).

9_ Ancora in L’Unità d’Italia: nascita di una colonia si chiedeva: “Eppure all’atto dell’unificazione delle monete circolanti negli ex stati, nel Regno delle Due Sicilie furono ritirati 443 milioni, pari al 65,7% di tutta la moneta circolante nel nuovo regno d’Italia. Nel Mezzogiorno risiedeva poco più del 36,5% della popolazione del nuovo stato, di modo che, nel 1861 la media pro-capite di circolante era quasi il doppio delle altre parti d’Italia… Ma come scomparve quella ingente massa di circolante nel giro di venti anni?”.

10_ N. Zitara, L’invenzione del…, p. 401-2. Nonostante ciò il Banco di Napoli restò il principale istituto di circolazione fino al 1866, anno in cui fu adottato il corso forzoso: il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia “se emettono una fede di credito, devono rimborsarla in oro o banconote della Nazionale”.

11_ N. Zitara, L’invenzione del…, p. 400.

12_ Ibidem, p. 244.

13_ Si può dire che Zitara ha dato sostanza scientifica ad alcune intuizioni di Nitti (il quale in Bilancio dello Stato dal 1862 al 1896-97 e poi nei suoi scritti più noti affermò a più riprese che l’unificazione del debito pubblico e le forme assunte dalle emissioni di questo dopo il 1862 erano state le più grandi cause di trasporto di capitali dal Sud al Nord) nonché all’analisi di Napoleone Colajanni il quale denunciò il crollo delle industrie meridionali avutosi con la politica liberista e il successivo fallimento dell’agricoltura cresciuta grazie ad un imponente flusso di esportazioni internazionali (il cui surplus in ogni caso fu incassato tutto dal fisco del Nord, i privati meridionali non incassavano oro, ma carta): “i signori settentrionali [gente avveduta] si avvidero che avevano bisogno di proteggere le industrie e tac! Nel momento in cui il Mezzogiorno cercava di rifare gli enormi capitali impiegati nella trasformazione agraria (coraggiosamente, come mai altrove fu fatto, da questo popolo che si dice mancante di iniziative)… la politica doganale: dal liberalismo si passò al protezionismo: si chiuse il mercato francese con gran disastro” (citato in L. De Rosa, Napoli nella “questione meridionale” agli inizi del secolo, p. 10 in AA.VV., Lo Stato e il Mezzogiorno, Napoli 1986).

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CONVEGNO DI STUDI “INSORGENZE E RESISTENZE ANTIUNITARIE NELLE CALABRIE (1860-1867)” tenutosi GIOVEDÌ 29 DICEMBRE 2011 e organizzato dall’ASSOCIAZIONE DUE SICILIE “NICOLA ZITARA” CON IL PATROCINIO DEL COMUNE DI GIOIOSA JONICA

Introduzione e moderazione del Dr. Furio Pellicano Barletta Università di Roma “Tor Vergata”
Saluti della Prof.ssa Antonia Capria Zitara Presidente Associazione Due Sicilie
Saluti dell’ Assessore alla cultura di Gioiosa Jonica Elio Napoli
Prof. Enzo D’Agostino Deputazione di Storia Patria per la Calabria L’Episcopato calabrese e il plebiscito

Prof. Vincenzo Naymo Università di Messina Gli eroi dei vinti: difensori calabresi della patria napolitana

Prof.ssa Carmela Maria Spadaro Università “Federico II” di Napoli Il 1860 nelle Calabrie: legittimismo e reazione

Dr. Alessio Bruno Bedini Circolo di Studi Storici “Le Calabrie” Ferdinando Mittica e le insurrezioni legittimiste del settembre 1861 (prima parte)

Dr. Alessio Bruno Bedini Circolo di Studi Storici “Le Calabrie” Ferdinando Mittica e le insurrezioni legittimiste del settembre 1861 (seconda parte)

Avv. Filippo Racco Deputazione di Storia Patria per la Calabria Una tragica colonna infame calabrese nel 1867: i fatti di Ardore

Saluti del Sindaco di Gioiosa Jonica Avv. Mario Mazza

Dibattito in sala

Dibattito in sala

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Presentazione a Maiori del volume “L’invenzione del Mezzogiorno. Una storia finanziaria”

Locandina della presentazione a Maiori

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Dal professore Beneduci

Copio e incollo una risposta già pubblicata in coda al post “lettera aperta a Francesco Tassone”. La risposta viene oggi da Vibo, dal professore Carlo Beneduci. Riteniamo di doverla pubblicare come dichiarazione in quanto voce imparziale sull’allontanamento di Zitara da Vibo e dal Movimento Meridionale che pure egli stesso contribuì a fondare e per illuminare angoli oscuri che molte persone non conoscono e da tale mancanza di conoscenza traggono purtroppo conclusioni errate.
A corredo della risposta del professore Beneduci pubblichiamo il video andato in onda su Mizar dopo la scomparsa di Zitara, nel quale Tassone presentava l’ultimo volume edito da Jaca Book, “L’invenzione del Mezzogiorno”

Mi sono pervenute in privato critiche che cercherebbero di mettere in dubbio la correttezza di quanto da me esposto in precedenza a commento della lettera aperta che Antonia Capria, nell’intento di difendere la memoria e l’originalità del pensiero del marito Nicola Zitara, ha indirizzato a Franco Tassone, attuale leader del Movimento Meridionale.

In particolare ha colpito a) il fatto che il dissidio ideologico tra Franco Tassone e Nicola Zitara, entrambi ispiratori della fondazione del Movimento Meridionale, sia iniziato circa quarant’anni fa; b) che il dissenso e la rottura definitiva siano stati alimentati da una certa reciproca disistima; c) che è giusto rimproverare a Franco Tassone – come fa Antonia Capria – i contenuti dei suoi interventi, che dovrebbero illustrare il pensiero originale di Nicola Zitara e che, invece, lo mistificano sovrapponendovi artatamente la propaganda del e per il Movimento Meridionale.

Cominciamo col dire che la complicità d’intenti tra Nicola Zitara e Francesco Tassone è entrata in crisi quasi subito dopo la fondazione del Movimento Meridionale e che il dissenso è documentato dalla corrispondenza intercorsa tra i due a partire, per quanto ho accertato, almeno dal 1973. Essa evidenzia a chiare note incomprensioni e accuse di riserve mentali e idiosincrasie che sono sfociate inevitabilmente nella totale incompatibilità.

Sono circa quaranta, dunque, gli anni a far data dal dissidio tra Nicola Zitara e il Movimento Meridionale. Un enorme lasso di tempo a rimarcare un fallimento e un distacco doloroso. Ci sono stati vari tentativi per rimarginarlo, in importanti occasioni, tra cui anche quelle elettorali, ma ogni ripresa ha segnato ancor di più l’incompatibilità tra i due: le loro relazioni si sono ridotte ad un’episodicità estranea all’azione comune. Tutto ciò ha molto a che fare con il mio parere. Una “certa reciproca disistima” l’ho avvertita chiaramente negli anni Ottanta nelle rare occasioni d’incontro con Francesco Tassone, in cui con tono di commiserazione egli manifestava apertamente la sua condanna per il caparbio, infruttuoso e sbagliato distacco di Zitara dal Movimento Meridionale. In verità io allora potevo impersonare solo il messaggero perché le mie posizioni erano politicamente lontane e dal Movimento Meridionale e dall’idea separatista di Nicola. Il che penso possa garantire l’imparzialità del mio giudizio. L’immancabile replica di Zitara si riduceva in sostanza nel rimproverare Tassone, con tono avvilito, di aver svuotato la dirompente forza originaria del Movimento, di averla piegata su posizioni di basso profilo, per dare retta – aggiungeva – ad una sua segreta vocazione al sacerdozio e al compromesso. Se, dunque, il dissidio traeva origine da opposte posizioni ideologiche, si nutriva, poi, di una presunta giustificazione psicologica e comportamentale che, strumentale o meno che fosse, giusta o sbagliata, rimarca tra i due, anche sul piano umano, la considerevole distanza, i cui estremi (commiserazione a avvilimento) si toccano. Non è definibile “reciproca disistima”? Come altrimenti? Reciproco disprezzo? mancanza di considerazione del reciproco valore?

Sono stato sempre un uomo libero e perciò sistematicamente sgradito a molti, sicché non mi sono peritato di criticare aspramente il linguaggio incontrollato di Antonia Capria, ma ho anche sentito il dovere morale di difendere la sua contestazione di fondo e porre un argine alla sua solitudine dopo la scomparsa dell’uomo a cui ha dedicato la sua vita.
Non è trascorso neppure un anno dalla morte di Nicola e già la sua memoria subisce i colpi dell’avversa fortuna. Per onorarlo degnamente, infatti, sarebbe giusto dimostrare vicinanza e rispetto anche verso i più diretti familiari. Non l’escludeva il fatto che Tassone avesse il diritto di relazionare sull’ultimo libro di Nicola: L’invenzione del Mezzogiorno, una storia finanziaria. Credo che il luogo, Rimini, il clima ideologico di Comunione e Liberazione e i relatori non fossero favorevoli ad un esame obiettivo delle tesi di Nicola Zitara. Penso che morto Nicola la sua opera sia divenuta indifendibile, vuoi perché è difficile trovare chi sappia argomentare con la sua ampia visione del mondo dell’economia e della storia a giustificazione della sua opera, vuoi perché si richiede empatia, volontà e competenze non comuni, vuoi per i pregiudizi contro la sua idea di separatismo, vuoi per i più generici e volgari pregiudizi antimeridionalisti che sono rimasti in piedi ad avvelenare il pensiero e lo spirito degli italiani tutti, senza distinzione, vuoi per il fatto che per i vincitori di turno è molto scomodo parlare o soltanto ricordarsi di Nicola e della sua “eresia”. Solo Bossi avvalendosi della sua rozzezza culturale poteva sfondare politicamente ed imporre un’idea separatista, mentre pensatori raffinati come Nicola hanno tutto da perdere nel confronto con le masse anonime, quelle che, adescate dal meschino e pur provvisorio interesse economico o pur abbagliate da un diverso ideale, gravitano o sono contigue all’area dominata da Berlusconi, come è per Comunione e Liberazione. Esse sostengono e appoggiano il liberismo sfrenato e la discriminazione sociale politica e territoriale, che va dall’antimeridionalismo all’intolleranza nei confronti del diverso.
A fronte di tutto ciò, per illustrare il pensiero di Nicola nel senso di un cambiamento radicale e propulsivo, è doveroso illustrare la sua posizione sul concetto di unità, di brigantaggio e di separatismo ben diversamente da come sta facendo Tassone. Per Nicola non v’è mai stata unità: quella ufficialmente accettata è frutto di un’imposizione armata, un atto di pirateria seguito dalla lotta di liberazione, da un ben riuscito tentativo di genocidio e, infine, dal drenaggio sistematico delle risorse finanziarie e umane che hanno disastrato il Mezzogiorno e arricchito il Settentrione, la “Toscopadania”. Rovesciare i termini dell’idea di “unità” in “disunità”, che presuppone inevitabilmente un’unità originaria che non è mai esistita se non nell’interesse e nella retorica della borghesia affaristica, non distinguere tra brigantaggio e mafia, ignorare volutamente il termine “separatismo” e la questione separatista, nonché la scelta di Nicola di ispirare e presiedere negli ultimi anni di vita il Movimento Neoborbonico, ignorare o sottovalutare tutto ciò come fa Tassone (vedi intervista rilasciata a Mizar) significa non rispettare, fino ad eclissarlo, il suo pensiero. L’espressione “fratelli italiani” usata con enfasi da Tassone nella stessa intervista è un vero capolavoro di mistificazione ed è vile e patetico tentativo di assimilare gli intendimenti di Nicola ai propri, pur sapendo che sono opposti. Ciò può ingannare gl’inconsapevoli; è perciò necessario che qualcuno si dia da fare per far conoscere la verità, che qui ha un valore non solo filologico ma anche umano.
D’altra parte l’ultima opera di Nicola Zitara era appena all’ultima bozza alla vigilia della sua dolorosa scomparsa. Se ne avesse avuta la forza il suo autore avrebbe preferito farla stampare a nome della sua stessa Casa Editrice, come aveva fatto in precedenza con altre sue opere. L’idea di affidarla alla Jaca Book era stata accantonata perché l’esperienza precedente non l’aveva soddisfatto. Nell’empasse, date le tristi circostanze, dato che null’altro di pregevole se non i suoi scritti Nicola Zitara aveva da lasciare ai familiari, sarebbe stato meglio che a questi, anche in attesa di un editore disposto a un contratto adeguato all’importanza del libro e alla fama dell’illustre meridionalista, il nostro autore affidasse il compito di custodire e possibilmente far fruttare dignitosamente quell’eredità. E probabilmente sarebbe andata così se Francesco Tassone non avesse interposto i suoi uffici per far intervenire la Jaca Book, il cui editore, Sante Bagnoli, si è precipitato a Siderno per acquisire i diritti alla pubblicazione. Dopo averlo letto ha promesso di editarlo a patto di poterlo emendare nel titolo e in alcuni contenuti che non andavano d’accordo con la sua linea editoriale. Dal canto suo Francesco Tassone s’intromise proponendo e ottenendo che vi fosse acclusa una sua postfazione, in cui si parla dei rapporti tra Nicola Zitara e il Circolo Salvemini, dove è nata l’idea di fondare il Movimento Meridionale. Nicola Zitara, allo stremo delle sue risorse mentali e fisiche, ha firmato. Ora ci ritroviamo con un’opera bellissima, che però non rispecchia interamente il pensiero di chi l’ha scritta, essendo stata manipolata e per certi versi trasfigurata. A favore di chi? Chi ne trae vantaggio? Ecco la domanda che io pongo agli eventuali recensori di oggi e di domani.

Tutto ciò mi porta a concludere che se Tassone manifesta apertamente idee diverse da quelle di Nicola Zitara e si serve dell’opera di Nicola per rimarcare surrettiziamente le distanze che da lui lo hanno separato e lo separano, allora ad Antonia Capria e alle figlie di Nicola non si può rimproverare di diffidare e di essere contrarie all’ingerenza di Francesco Tassone, che di certo non aiuta a scoprire la verità che Nicola si è portato nella tomba e che traspare unicamente dai suoi scritti. Questi vanno letti e interpretati alla luce di quella verità, altrimenti è un infangarne la memoria.

Vibo Valentia, 26 09 11 Carlo Beneduci

Il blog di Carlo Beneduci

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E’ bello doppo il morire vivere anchora

Ricordo di Vincenzo D’Amico su FORA!

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